Tradizione italiana è la rubrica di Cattedrale dedicata ai racconti e agli scrittori italiani; una tradizione forte e ricca, che Cattedrale vuole riproporre con un nuovo sguardo per ribadire l'importanza della narrativa breve nel nostro patrimonio letterario.

La rubrica è curata da Alessandro Abbate.

 

Senza cuore: Edmondo De Amicis

 

Ma pure senza dignità, senza vergogna, senza valori, senza Dio. É così che si mostra l'umanità ai caleidoscopici occhi di una coppia di ditteri domestici, mentre, nella calura di un pomeriggio estivo, agitando nell'aria pesante le loro minuscole antenne, conversano sulla disgrazia di convivere con il "meschino colosso". Il giudizio è tanto disastroso quanto inequivocabile, nel variegato accumulo degli epiteti che si succedono lungo il testo: "gli uomini sono una razza trista e feroce", "odiosa", "disprezzabile", "maledetta"; nient'altro che "buffoni", "vili e malvagi", "stupide bestie"; l'uomo è "ignorante", allo stesso tempo "debole e violento", "ingiusto e irragionevole".

 

Lacrime, si va in scena: Gesualdo Bufalino

 

In un racconto che pure ha nel crudele sconcerto della sua frase di chiusura un capolavoro di beffardo scintillio narrativo, l'incipit non è meno folgorante. Per la ragione opposta; per la sua dimessa prosaicità: "Era stanca" dice Bufalino di Euridice, immediatamente introducendo il suo progetto di riduzione del mito a cose terrene, il cui obiettivo ultimo è quello di strappare il velo dell’idillio favolistico da uno scenario che invece abbonda di frustrazioni e meschinità.

Casa d'altri. Silvio D'Arzo

 

Certo, Eugenio Montale definì Casa d’altri un «racconto perfetto» in quanto perfettamente compiuto e, nello stesso tempo, da compiersi solo attraverso, e grazie a, la partecipazione del lettore. E scrisse sul Corriere che si trattava di un testo fatto di aria, trasparente e pieno di vapori. E poi sì, sappiamo che piacque moltissimo anche al più giovane scrittore Pier Vittorio Tondelli, che praticò un’attenta operazione di recupero dell’opera di D’Arzo e di altri autori «eterodossi della tradizione» per lo più gravitanti intorno all’aerea emiliana-romagnola. È poi stato definito uno dei racconti più belli del Novecento.

La bestia addormentata nel bosco. Tommaso Landolfi.

 

Mi sembra che nelle cinque lettere che Anne scrive dalla sua residenza di campagna all'amica Solange, residente a Parigi, si dia espressione ai patemi di un personaggio che disperatamente cerca di sottrarsi al genere letterario cui appartiene. Il fantastico, in questo racconto di Tommaso Landolfi (dal volume "Ombre", 1954), allude alla trasfigurazione dell'umano in bestiale. La metamorfosi tuttavia non altera il corpo, ma le sue funzioni. Si sostanzia in un apparato esterno, eppure avvolgente, che fagocita col tepore del suo abbraccio: nelle grosse sacche di pelle penzolanti dalle travi delle abitazioni, "orribile e fetide", in cui svernare nell'oblio del letargo, come usano gli animali.

 

Un paio di occhiali Anna Maria Ortese

 

Eugenia è una bambina cresciuta in un vicolo della Napoli del dopoguerra. Le bombe hanno lasciato macerie e residui di un’umanità appesa alle ringhiere dei balconi. La città sfregiata non si è solo rotta, ma ha fatto venire a galla – come da un tombino troppo pieno – ciò che già c’era, e sempre c’è stato. I miserabili, i pezzenti, una forma di vita sfasciata, l’indolenza sotto al sole, macchiata da un atavico vittimismo borbonico. Eugenia sta lì, con il padre Peppino, la madre Rosa, zia Nunzia, una caterva di fratellini, una serie di personaggi limitrofi che danno lo sfondo al racconto. Il paesaggio, diciamo, che, secondo la poetica di Anna Maria Ortese, si esprime attraverso il racconto delle persone.

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